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Modì, l’artista migrante che influenzò le belle arti nella Ville Lumière sul «Messaggero di sant’Antonio» per l’estero di febbraio

In primo piano anche l’italiana Gill a fianco del presidente Mandela nei suoi viaggi istituzionali, il Club Italia di calcio nostrano a Berlino, i dolci di Carnevale italiani in Canada, il museo digitale di Mestre che racconta il ‘900 e le migrazioni

29 Gennaio 2020| di Alessandra Sgarbossa - Ufficio Stampa Messaggero S. Antonio Editrice

A un secolo dalla morte avvenuta a Parigi il 24 gennaio 1920, Livorno riabbraccia il suo Modì attraverso una retrospettiva sul clima culturale, sulle sensibilità e i talenti che influenzarono l’arte europea del Novecento. La mostra «Modigliani e l’avventura di Montparnasse - Capolavori dalle collezioni Netter e Alexandre» ricorda il pittore e scultore livornese, reso celebre dai suoi originali ritratti femminili, e sancisce l’influenza che l’artista, trasferitosi nella Ville Lumière, ebbe sulla cultura francese ed europea. Perché, come riporta l’articolo “Modigliani a Montparnasse” di Alessandro Bettero, «Modigliani fu un artista innegabilmente migrante» che portò a Parigi tutto della sua infanzia italiana e della sua formazione alla scuola toscana dei macchiaioli.

In “Il Novecento rivive all’M9” Luisa Santinello ci guida nel museo M9 di Mestre, forse il primo interamente digitale in Italia, che racconta il «secolo breve» a tutte le generazioni, attraverso le immagini e le storie di chi il Novecento lo ha vissuto: operai, contadini, casalinghe, scolari, militari, artigiani e migranti. Al distretto culturale mestrino firmato dalla Fondazione di Venezia un planisfero interattivo mostra le emigrazioni da fine Ottocento a oggi, e grazie a video e installazioni multimediali, porta il visitatore letteralmente indietro nel tempo.

Da oltre trent’anni, Giuliana Martini Ryan – per tutti «Gill» –  fa sì che ogni evento ufficiale proceda nel migliore dei modi. Il suo lavoro l’ha portata a stretto contatto con i potenti della Terra, da Bill Clinton alla regina Elisabetta, da Fidel Castro alla regina Sofia, e soprattutto con Nelson Mandela, che lei definisce uno degli uomini più straordinari della storia contemporanea. Lo affiancò per ben quattro anni nelle visite istituzionali da presidente del Sudafrica, dopo l’uscita dal carcere e la fine dell’Apartheid. A Pretoria dall’età di due anni, Martini oggi coordina la Thembekile Mandela Foundation, presieduta da Ndileka Mandela, nipote dell’indimenticato «Madiba». La sua storia è raccolta da Generoso D'Agnese in “Martini, quattro anni con Mandela”.

La maglia è azzurra e lo stemma ricalca il classico tricolore: si chiama Club Italia ed è la squadra che dal 1980 attira le simpatie dei nostri connazionali desiderosi di avere un «undici del cuore» anche a Berlino. La sua storia, però, inizia ancora prima, nel 1963, e - come racconta Andrea D’Addio in “Calcio, gli azzurri di Berlino” - è legata a doppio filo con la Missione Cattolica Italiana nella capitale tedesca. La nascita della società si deve infatti al veronese don Luigi Fraccari e all’imprenditore di origini pugliesi Andrea Fusaro. L’obiettivo di don Luigi era di unire gli italiani a Berlino e ancor oggi nel team giocano italiani di prima e seconda generazione, accanto a tedeschi e altri stranieri.

Arriva dal Canada la storia raccolta da Vittorio Giordano in “Carnevale in dolcezza”. Per la tradizionale festa in maschera, anche Oltreoceano non mancano le prelibatezze italiane a tavola, come raccontano tre nostri chef che, da emigrati nel Paese degli aceri, sono diventati ambasciatori della nostra cucina. Sono Gianni Ceschia, di Gemona del Friuli, che gestisce un’attività di catering a Toronto; Pasquale Vari, calabrese di Vibo Valenzia, arrivato in Canada negli anni Settanta e insegnante di cucina italiana a Montréal, e Paolo Evoli, calabrese di Reggio Emilia, emigrato nel 2015, che oggi lavora in un rinomato ristorante del Westmount. Perché non è Carnevale senza i suoi dolci tipici, specie se si è lontani dalla propria terra d’origine.


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