Messaggero di sant'Antonio ed. italiana per l'estero | ComunicatoStampa
Il «Messaggero di sant’Antonio» per l’estero di febbraio 2026: un ponte tra culture, storie di solidarietà e orgoglio italiano nel mondo
L'opera italiana come dialogo tra civiltà in Oman, dal Canada l’esilio come lente di osservazione degli emigrati, in Svizzera 50 anni di solidarietà calabrese, l’orgoglio piemontese in Costa Rica, l’attesa Festa Italia in Tasmania
E inoltre la storia della missionaria veneta infermiera e “mamma” degli Indios in Amazzonia
Il numero di febbraio 2026 dell’edizione italiana per l’estero del «Messaggero di sant’Antonio» si conferma ancora una volta una bussola per le comunità italiane nel mondo, offrendo uno sguardo che spazia dalle vette della diplomazia culturale in Medio Oriente alle radici profonde dell’emigrazione in Nord America, Europa e Oceania, continuando a raccontare l'Italia che vive fuori dai confini nazionali.
Nell'intervista “Le mille e un’opera” Alessandro Bettero dialoga con Umberto Fanni, direttore generale e artistico della Royal Opera House Muscat. Dalla capitale del Sultanato dell'Oman, Fanni racconta come la musica e il balletto siano diventati strumenti di un dialogo armonioso e rispettoso tra Oriente e Occidente, trasformando una realtà giovane e curiosa in un crocevia culturale di rilievo mondiale.
Ricca come di consueto la sezione “Italiani nel mondo”, che racconta le storie dei nostri expat.
L'articolo “Le radici di Antonelli” di Vittorio Giordano porta i lettori in Canada a Montréal. Il protagonista è Claudio Antonelli, intellettuale istriano e canadese d’adozione, nonché giornalista e ricercatore, che attraverso i suoi studi e la sua scrittura analizza lo sradicamento e il valore della memoria. La sua è la testimonianza toccante di chi ha trasformato il «peso della sconfitta» dell’esodo giuliano-dalmata della sua famiglia in un impegno costante per la tutela della lingua e dell’identità italiana.
La rivista si sposta in Svizzera, con Laura Napoletano per l’articolo “Calabresi a Lucerna”. Il pezzo celebra la resilienza dell'Associazione calabrese, nata nel 1979 in un clima di forte xenofobia e divenuta oggi un pilastro del volontariato locale. Attraverso le parole del vicepresidente Giuseppe Marinaro, emerge il ritratto di una comunità che ha saputo integrarsi perfettamente nel tessuto svizzero senza mai recidere il legame con la propria terra d'origine.
Sempre Napoletano firma “Ambasciatori del Piemonte” che esplora la realtà della piccola ma tenace comunità piemontese in Costa Rica, 263 piemontesi su 8.120 italiani residenti nel Paese centro-americano. Guidata da Gianni Guadagnin e Giovanni Sicolo, l’associazione opera per preservare le tradizioni in un Paese noto per aver abolito l'esercito a favore di istruzione e sanità, e funge da punto di riferimento per chiunque voglia scoprire le eccellenze del Piemonte dall'altro lato dell'oceano.
Dall’emisfero australe, arriva l’articolo “Festa Italia a Hobart” di Luciano Gerry Gerardi che presenta il quindicesimo anniversario di una delle manifestazioni più attese della Tasmania. Il racconto descrive la trasformazione di Federal Street in un vivace villaggio italiano, un evento capace di unire istituzioni locali, sponsor e decine di volontari sotto la guida di Michele Pace, a testimonianza della vitalità inesauribile dell’eredità italiana in Australia. L’appuntamento, tra i più attesi dalla comunità italo-tasmaniana, è per il 15 febbraio.
Infine, “Il mio paradiso si chiama Amazzonia” di Antonio Gregolin racconta la storia di suor Rosy Lapo, missionaria vicentina di 74 anni, che vive da cinquant’anni ai confini tra Brasile e Colombia dedicandosi agli indigeni Baniwa e Barè. Infermiera e “grande mamma” per oltre cinquemila bambini fatti nascere nella foresta, suor Rosy racconta la sua “doppia anima”: un cuore diviso tra le origini venete e il legame indissolubile con la gente del Rio Negro, dove desidera riposare per sempre.
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